Da tutti se l’aspettava di vedersi occupato il posto riservato ai disabili come lei. Ma non dai vigili urbani. “Invece sono proprio loro, ogni mattina, che parcheggiano con l’auto di servizio nel rettangolo con le strisce gialle e il contrassegno dei portatori di handicap”. La denuncia è di Gabriella Lazzaris, una quarantaduenne dipendente del comune di Manduria (Ta) costretta da cinque anni a vivere in carrozzina per gli esiti di un incidente stradale.
L’impiegata, che ogni giorno deve superare le solite barriere architettoniche per recarsi sul proprio posto di lavoro, ha sopportato sino a ieri l’ennesima offesa alla sua disabilità. Ad occupargli l’unico posto auto che la sede comunale riserva a quelli nelle sue condizioni, non è il solito ‘furbetto’ che utilizza il tagliando arancione di un parente per non pagare la sosta nelle strisce blu. Questa volta ad infrangere le regole, sostando in una zona di divieto, è addirittura il furgone della polizia municipale.

Documento fotografico alla mano, la signora non si lascia intimorire e denuncia pubblicamente l’abuso. “Mi chiedo – dice – se i vigili hanno il dovere di multare chi parcheggia in sosta vietata, allora a chi tocca elevare la multa quando sono loro a commettere la violazione?”.
Una domanda sacrosanta che dovrebbe trovare risposta in chi dirige il corpo di polizia della città di Manduria che di spazi riservati ai propri automezzi ne ha a sufficienza. “Basta spostarsi dall’altra parte del municipio, ma loro non vogliono fare due passi a piedi così costringono me a sforzi che nemmeno si immaginano”, insiste la signora in carrozzina che se la prende soprattutto perché quel posto se l’è sudato eccome.
Dopo cinque anni di estenuanti richieste – racconta Gabriella – finalmente tre settimane fa sono riuscita a far tracciare le strisce gialle con lo stemma della sedia a rotelle nel parcheggio interno dove lavoro. Il minimo che potevano fare – dice – due strisce per uno spazio stretto che non è nemmeno a norma; ed ora, cosa scopro? – insiste la signora – che sono proprio loro ad appropriarsene. Ma dov’è la logica, dove la giustizia?”.

La combattiva dipendente dell’ufficio cultura del comune di Manduria che vive separata dal marito con due figlie ancora minorenni, si è già fatta promotrice di una proposta provocatoria, non accolta da nessuno, rivolta a tutti i suoi colleghi. “Ho chiesto loro di trascorrere un’intera giornata lavorativa stando su una carrozzella come la mia: un solo giorno e capirebbero una piccolissima parte di quello che si può provare lavorando in queste condizioni”.
Perché la mancanza del posto auto è solo uno degli impedimenti architettonici che la disturbano. Il tragitto che deve percorrere per entrare nel suo ufficio non è adatto a chi si sposta su ruote perché il pavimento è lastricato con chianche sconnesse di pietra usurata dal tempo; la porta della sua stanza è di quelle normali che si chiudono e aprono dall’interno per cui ogni volta ci deve essere un collega ad alzare il saliscendi e spalancare completamente l’uscio. Ma il colmo sono i servizi igienici: assenti. “Praticamente non ho un bagno perché quello chimico che hanno messo fuori esposto al pubblico, non è praticabile per una in carrozzella per cui qualcuno ha avuto il pudore di mettere il cartello con la scritta ‘guasto’”. E quando capita di averne bisogno? “Devo trovare la disponibilità di un collega che mi accompagni a casa altrimenti vi lascio immaginare”.

Fonte: Press-In – Corriere del Mezzogiorno (Nazareno Dinoi), 5-1-10